Domenica scorsa sono andata con Lea, Simone e la nonna Franca a vedere l’Acquario Biosfera di Parma, calandoci attraverso la pianura, località dopo località per circa un’oretta di viaggio da casa, perché è più vicino al Po che a Parma per chi non è di queste parti. Reincontravo le cascine, le stalle, i fienili che ho fotografato questo inverno. Ritrovare le “mie” case passando mi emozionava, una specie di euforia che non potevo trasmettere fino in fondo, alcune stanno venendo ristrutturate e parevano destinate al crollo, altre sono lì in attesa.
Ora si può dire: finito. Ho da poco concluso il lavoro che mi ha accompagnata per un anno intero: il censimento delle architetture rurali nelle province di Parma e Piacenza. Come scrissi mentre stavo terminando “in questi giorni mi attraversano emozioni contrastanti”.

C’è la soddisfazione per il materiale raccolto, che finalmente posso vedere nel suo insieme e valutare con la giusta distanza, e posso dire di esserne mediamente soddisfatta. C’è la gioia di aver esplorato uno spazio “quasi” da cima a fondo, di aver percorso tantissimi chilometri in auto e a piedi, territori che, pur nella loro apparente marginalità, custodiscono storie fondamentali e raccontano quello che siamo ora. Ho incontrato molte persone e spesso, mentre lavoravo, mi tornava in mente l’esperienza fatta sul “mio” confine. Un confine che conosco bene e che chi segue i miei lavori da un po’ ha imparato a conoscere attraverso i miei vecchi lavori.

Le similitudini si sprecano: potrebbe sembrare un lavoro nostalgico ma non lo è, potrebbe sembrare che le immagini raccontino di un passato ma è il presente, potrebbe trattarsi di paesaggio bucolico ma camminavo tra il colore bruciato del glifosato e il liquame che voglio vedervi a smacchiarlo.
Due grandi differenze:
L’Abbandono qui è il grande presente, dall’Appennino al Po. Eppure stiamo parlando della regione con il più alto tasso di consumo del suolo. La relativa rapidità necessaria per svolgere questo lavoro che ne fa “la fotografia di un momento preciso” che stiamo vivendo, al contrario del lavoro al confine che racconta una storia “infinita”.


Mi mancherà molto questo lavoro. Sono felice di aver potuto dare il mio piccolo contributo a un’impresa così grande, che coinvolge il MIC – Ministero della Cultura, l’ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, e l’Unione Europea. (La mia parte sono solo due province su tutta Italia e un insieme di oltre 33.000 edifici schedati.)
Devo sottolineare che questo incarico non è stato solo un’opportunità, ma anche una dimostrazione concreta di quanto sia stato fondamentale mettere in campo competenze reali e trasversali: quelle di architetta, di tecnico dei suoli agrari, di editor, di visual storyteller, anni di esperienza da freelance e documentarista, le capacità sviluppate anni fa nella mappatura degli spazi abbandonati sul confine orientale, e poi l’importanza di aggiungere nuovi metodi e tecnologie ai supporti digitali (la georeferenziazione degli scatti).
Tutto questo non dovrebbe essere un’eccezione, ma la norma. E invece, troppo spesso, ci si dimentica che i progetti di valore si reggono proprio sulle competenze acquisite sul campo – e non sull’improvvisazione o sulla “passione”.

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